Se consideriamo che per Callimaco originalità non corrisponde ad infondata fantasticheria, si comprende meglio il suo rifiuto del poema "unico e ininterrotto" e risulta anche più chiara l'assimilazione di esso al limaccioso Eufrate, secondo l'immagine che chiude l'Inno ad Apollo: il poeta ha deciso di tagliare i ponti con l'epica tradizionale perché ciò lo costringerebbe ad attingere acque inquinate da lunghi e tortuosi percorsi, cioè - fuor di metafora - a rielaborare materiali già consunti da una tradizione plurisecolare. Così il riferimento alla 'fonte' pura e incorrotta, che ritorna anche nell'epigramma XXIII, implica forse un'allusione alle "fonti" cui il dotto poeta attinge direttamente, collocandosi su posizioni diametralmente opposte a quelle espresse da Bacchilide quando aveva affermato che "ognuno è poeta (σοφός) da parte di un altro" (fr. 5).
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Poetica di Callimaco - Erudizione e poetica della "verità"
La parte non secondaria che l'erudizione ha nella poesia callimachea, lungi dal rappresentare un limite all'originalità e alla novità di essa (entrambe costantemente rivendicate dall'autore), costituisce invece il cardine di una teoria letteraria che alla mimesis/imitatio come essenza dell'opera poetica aspira a contrapporre nuovi procedimenti stilistici di tipo emulativo e allusivo. Quando Callimaco insiste nel precisare che egli non canta nulla di non attestato (οὐδὲν ἀμάρτυρον ἀείδω, fr. 612 Pf.), non contraddice al precetto datogli da Apollo nel proemio degli Aitia (fr. I, 25 ss. Pf.) "di calcare i luoghi che non battono i carri e di non spingere il cocchio sulle orme degli altri", ma intende solo precisare che il suo rifiuto dell'imitazione non implica il ricorso alla pura invenzione e che originalità non equivale ad infondata fantasticheria: in questo senso, il continuo e puntiglioso richiamarsi al dato erudito costituisce l'indispensabile supporto di una poetica che, come quella esiodea e pindarica, aspira - pur nell'assenza di finalità etico-religiose - alla "verità", come sarà in modo più esplicito ribadito da Teocrito nell'Idillio VII.
Poetica di Callimaco - Polemica antiaristotelica
Dopo aver affermato nella sua Poetica (1451a) che ogni narrazione (μῦθος) deve avere una certa lunghezza (μῆκος), Aristotele precisa nel prosieguo dell'opera (1459b) che proprio "la lunghezza della composizione" (τὸ μῆκος τῆς συστάσεως) caratterizza, insieme al metro, l'epopea, e che questo giova "alla grandiosità" (εἰς μεγαλοπρέπειαν) del genere. Tutto ciò fa comprendere la portata 'eversiva' delle tesi di Callimaco e dei suoi seguaci, i quali violavano scientemente questa regola e mettevano addirittura in discussione la tradizionale partizione aristotelica dei generi letterari, ideandone di nuovi (come l'idillio, l'epillio, e il mimo) o innovando con disinvoltura i contenuti (si pensi ai Giambi), ovvero mescolando insieme forme metriche e linguistiche, con un gusto della contaminatio e della ποικιλία che sconvolgeva la tassonomica rigidità del sistema letterario.
Poetica di Callimaco - I princìpi della nuova poesia
Esaminando il contenuto delle opere di Callimaco, non si è mancato di mettere in evidenza i luoghi (prologo degli Aitia, Giambo XIII, chiusa dell'Inno ad Apollo, epigramma XXVIII) in cui egli enuncia i principi della sua poetica, adoperando sempre toni piuttosto aspri nei confronti degli avversari. Alla comprensione di tali principi ben poco aggiunge, in verità, il celebre motto μέγα βιβλίον, μέγα κακόν ("grosso libro, grosso malanno") contenuto in una perduta opera grammaticale (fr. 465 Pf.), aforisma banalizzato dall'uso 'proverbiale' che se ne suole fare, quasi che la polemica callimachea contro l'epos tradizionale potesse ridursi ad un problema di tipo meramente quantitativo. In realtà, dietro l'opzione per la λεπτότης (propriamente "esilità") si intravede chiaramente una presa di posizione antiaristotelica, che sarà poi la causa principale del dissidio con Apollonio Rodio.
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